L’Eurostar in prima classe, salirci fa molto dirigente. Quasi impossibile, mentre si aspetta al binario, resistere alla tentazione di controllare con grave interesse il telefonino, di dare una rapida occhiata all’orologio e simulare concentrati complessi ragionamenti.

L’Eurostar in prima classe ha quel lusso da due soldi degli hotel dietro la stazione, la stessa aria malinconicamente confortevole dei posti che sono tuoi solo per qualche ora. Calpesti una moquette dalla tonalità stanca e dalle macchie tenaci e finalmente raggiungi il tuo posto – solo tuo, solo fino a Milano, come è scritto sul biglietto.

Ti aspettano due ore di pianura, visione finestrino. Da Bologna a Modena, da Modena a Reggio, da Reggio a Parma e così via, come la canzone dei CCCP.

Ma la pianura a te ancora fa curiosità, cresciuta come sei con l’abitudine a trovarti lo sguardo sbarrato sulla distanza dalle montagne. Così chiudi il giornale e guardi fuori.

La prima cosa che ti salta agli occhi è che la pianura è in realtà due pianure, che si alternano l’una dentro l’altra come il bianco e il nero sulla scacchiera.

La pianura di campagna ha una dominante marrone e grandi distese di zolle aperte e fredde. Le guardi bene e non riconosci in quei grumi di terra pietrificata la stessa materia viva che per legge inesorabile ogni primavera culla i germogli e allatta le spighe che frusciano di gioia. Gli alberi crescono senza ordine apparente – chissà se a guardarli dall’alto si può scoprire nella loro disposizione qualche oscuro senso cosmologico. Sopra a qualcuno, i resti di un nido, e questo ti commuove quasi fino alle lacrime. Compulsi l’agenda, guardi il telefono come fosse una sfera di cristallo, apri e chiudi il giornale e così ti togli il lucido dagli occhi.

Tanto sei già nell’altra pianura, quella della città. Le città viste dai treni fanno sempre storia a sé. Nessun Duomo romanico, palazzo comunale, bronzeo condottiero a cavallo. Solo i cimiteri delle macchine, i cementifici e le vasche di depurazione, le centrali elettriche e i graffiti delle crew. E poi le case dei poveri: non quelli poverissimi, ma quelli che non possono pagarsi – assieme all’affitto -anche un bel panorama, un po’ di silenzio, qualche filo d’erba da calpestare in esclusiva. Sui terrazzini gli alberi di Natale tendono i rami e muoiono di solitudine. Il sole è già alto ma tanto timido che lo puoi anche fissare, serie di esplosioni nucleari talmente infinitamente lontana che una nuvola riesce a nasconderla. E ti senti dentro qualcosa che si muove, sei qualcosa che si muove dentro qualcosa che si muove sopra qualcosa che si muove. Poi pensi a una camera con dentro un letto con dentro una persona, un pensiero così tanto pensato che quasi ti slitta via, oliato com’è dalle carezze della mente. E pensi che vada come vada, non sei sola. Ti guardi intorno, senza sapere chi ringraziare.